SEMINARIO 1

PROBLEMI DELLA RAPPRESENTANZA

Abstract dell'intervento del Prof.Giuseppe Chiara

 

 La legislazione elettorale per il PE tra deficit di rappresentanza e circuiti compensativi di legittimazione democratica del potere

Il processo di integrazione comunitario ha segnato, specie dopo l’approvazione del trattato di Lisbona, alcune tappe che hanno marcato in senso maggiormente democratico gli assetti complessivi delle istituzioni comunitarie, assegnando, in particolare, al Parlamento europeo un ruolo determinante nel procedimento legislativo ed in altri importanti circuiti decisionali.

Quanto al procedimento elettorale ed alle condizioni di accesso al seggio, però,  la partecipazione dei cittadini si realizza tuttora secondo discipline ampiamente definite a livello statale, sulle quali hanno inciso in maniera significativa le giurisprudenze costituzionali nazionali.

Nella normativa comunitaria, infatti,  al di là della previsione di cui all’art. 22, par. 2,  TFUE, resta in vigore la decisione  del Consiglio 2002/772, estremamente laconica e frammentaria.

Su queste basi, le discipline adottate dai singoli Stati, risultano talora considerevolmente diversificate in ordine ai requisiti e alle condizioni per la partecipazione alle elezioni, alle operazioni elettorali ed allo stesso procedimento elettorale utilizzato. Altri rilevanti aspetti di differenziazione sono costituiti, poi, dal ricorso a liste aperte (con la possibilità di esprimere preferenze o comunque di mutare la composizione della lista) o bloccate; dall’eventuale previsione di soglie di sbarramento, pur entro il limite massimo fissato dalla suddetta decisione (e pari al 5% dei voti validi, solitamente su base nazionale); dalle opzioni espresse in merito alla configurazione del territorio nazionale come rientrante in un’unica circoscrizione o articolato, invece, in più circoscrizioni, ai fini dell’assegnazione dei seggi ai vari competitori politici; dalle stesse formule utilizzate per il riparto dei seggi, ispirate da una comune matrice proporzionale, ma con non trascurabili variazioni tra un modello e l’altro.  

A ciò si aggiunga che la c.d. “proporzionale degressiva” individuata dall’art. 14, par. 2, TUE (secondo cui «Il Parlamento europeo è composto di rappresentanti dei cittadini dell'Unione. Il loro numero non può essere superiore a settecentocinquanta, più il presidente. La rappresentanza dei cittadini è garantita in modo degressivamente proporzionale, con una soglia minima di sei membri per Stato membro. A nessuno Stato membro sono assegnati più di novantasei seggi») comporta quale conseguenza necessaria una differenza anche molto cospicua del moltiplicatore di rappresentanza dei parlamentari europei, con una naturale sotto-rappresentazione dei collegi dei paesi demograficamente più significativi.  

Tali differenze appaiono ancora oggi strutturali e impediscono la piena realizzazione di principi ritenuti essenziali ed irrinunciabili per i sistemi politici fondati su circuiti di legittimazione democratica del potere, che postulano la rappresentabilità di un demos europeo. Tra questi spicca il principio di eguaglianza del valore nominale dei voti, ritenuto dalle giurisprudenze costituzionali nazionali e dalla stessa Corte EDU corollario essenziale del principio della libera espressione dell’opinione del popolo.

Venendo, poi, alla collocazione di sistema del PE, può cogliersi come questo risulti ancora privo di rilevanti poteri ritenuti essenziali nei modelli fondati su una  nozione unitaria di popolo europeo, del quale tale organo dovrebbe offrire rappresentanza nelle sedi istituzionali comunitarie. Tra questi “grandi assenti” si possono annoverare il potere di iniziativa legislativa e quello di controllo (politico) sulle istituzioni comunitarie.  

Su queste premesse, e tenuto conto anche della scarsa autonomia decisionale dei partiti europei e dei gruppi che siedono in Parlamento rispetto ad inevitabili indirizzi provenienti dai partiti e dagli elettorati nazionali, le pur significative innovazioni introdotte dal Trattato di Lisbona in termini di partecipazione e la valorizzazione del ruolo dei Parlamenti nazionali nei circuiti decisionali riferiti agli atti comunitari, se assumono un indubbio carattere compensativo sul piano della democraticità del sistema-Europa, non consentono di ritenere compiuto un percorso di legittimazione del potere realizzato su basi direttamente rappresentative.   

Le proposte che in tal senso possono avanzarsi (l’adozione di misure che favoriscano l’affermazione di veri e propri partiti politici, che contribuiscano, secondo quanto sancito dall’art. 10, par. 4, TUE, alla formazione di una coscienza politica dell’UE; la creazione di macro-circoscrizioni elettorali transnazionali; l’attribuzione di nuovi poteri al PE, che ne accentuino ulteriormente la centralità in ordine ai processi decisionali politici) devono confrontarsi, peraltro, con il ripensamento del riparto fondato sulle competenze enumerate (nonché delle forme di tutela dei diritti ad esse correlate) e, conseguentemente, con l’avvio di percorsi di ulteriore trasferimento del potere politico, cui i Governi nazionali difficilmente rinunceranno, come peraltro confermato dagli atteggiamenti via via più restrittivi assunti da questi negli ultimi anni.  

 

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